GIORGIO SOAVI
 
Franco Dugo
 
Detesto i cipressi. Non li posso vedere. Mi dà fastidio la loro altezza, la magrezza che li ha resi anoressici e quell’aria solitaria, di come li hanno messi in fila lungo una strada, e dove mai, se non a Bolgheri? “I cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar…” di Giosuè Carducci, che accomuno a “La donzelletta vien dalla campagna, in sul calar del sole…” di Giacomo Leopardi. Due poesie che andrebbero non tolte ma divelte dlla letteratura italiana da studiare a scuola, a memoria.
Per mia fortuna, qualche sera fa, un amico è venuto a trovarmi con dei pastelli di Franco Dugo e dei cataloghi dove l’artista, nato a Grgar in Slovenia nel 1941, ha rappresentato la faccia dell’umanità secondo il suo modo di fare i ritratti – della più alta scuola di criminologia descrittiva, e bravura da fotoincisore perfezionista, modo di scrutare nelle facce delle persone ritratte come sotto giuramento o interrogatorio: dal proprio personale scanner, perché questo è il senso della sua ritrattistica. Magistrale e inquietante.
Ma a un certo punto, sulla copertina di un catalogo a cura di Marco Golden, e poi, dopo i ritratti a Ricasso, a Rembrandt, a Svevo e a James Joyce, e a quei meravigliosi, dolcissimi, indulgenti pugili da me molto amati e fotografati, nel 1928, da quel genio di August Sander, io ho scoperto che Franco Dugo aveva fatto, finalmente, dopo tanti corpi e facce nei loro dettagli, una pianta per la quale avrei perso la testa. Rossiccia, folta, fiorita, con un tronco che prometteva molto più di quanto un normale tronco di una pianta possa promettere: perché il tronco disegnato da Dugo aveva l’espressione che dovrebbero avere le piante quando sanno raccontare come è nata la loro esistenza, e quali storie hanno visto nascere sotto i loro occhi. Mi sono immerso in quella pianta fiorita, con tante braccia quante ne dovrebbe avere la donna che vorremmo conoscere, e l’ho guardata per dirle le prime cose che mi venivano in mente: che la trovavo da abbracciare, radiosa, proliferata e madre di tante braccia. E quando mi sono accorto che esisteva la didascalia di quel disegno, con i dati tecnici che riguardavano l’albero da me amato, ho scoperto che era un cipresso, anzi, Un grande cipresso rosso da lui fabbricato nell’anno 1993, e disegnato a sanguigna, carboncino e pastelli su carta: dimensioni cm 110 x 140. Tragedia. Amavo un cipresso.
In pratica Franco Dugo, per fare quella pianta, aveva costruito una grande casa. Là dentro, dopo averne scalato le prime altezze avremmo continuato a esaminare come fosse stata fatta e, una volta arrivati in cima, ci saremmo sistemati e fatti il nido. Come fanno, nel migliore dei casi, le persone intelligenti quando non vogliono più sapere altro dal mondo emerso. Come posso cavarmela, non nei confronti di Franco Dugo, ma dei cipressi che affermo, senza timore di venir sbranato per colpa di quei poeti, di detestare. Posso dire una cosa: sempre quella.
Quando un artista trova il modo di raccontare la sua storia, con l’unico alfabeto a lui noto, quello che si è inventato, tutto quello che sapevamo a memoria si cancella automaticamente per lasciarci la sola cosa che serve: la nuova faccia espressiva, la rivelazione e la novità rispetto a quello che credevamo di sapere. Che cipressi. Ma scoperti adesso, nell’anno di grazia 1997.
 
(Opere 1993-1997, Villa Foscarini-Rossi, Stra, 1997)