MARCO GOLDIN
 
Le foglie del tempo
 
Come nella stanza di un alchimista, isolato da voci anche lontane e sopraggiungenti talvolta, ha lavorato per mesi Franco Dugo. A questa serie di incisioni tratte non solo dalle immagini ma ancor di più dal mondo fantastico e clamante di Albrecht Dürer. Forse a nessun altro se non a lui poteva essere affidato questo compito, stringente e colmo di paure. Lui che già vent’anni fa si accostò, nel momento di una prima maturità, al grande incisore tedesco. Avendolo fatto come per un inaugurale, presto abbandonato, desiderio di misurarsi con quel richiamo cui non seppe resistere. Suono di ciò che mostrava la sua irripetibilità, e allora occorreva attorcigliarsi attorno a quelle figure, legarvisi fino al punto da morirne per troppa bellezza. Era la perfezione adamantina e scavata di un segno che non aveva cedimenti se non di silenzi. E profondità, e scarnificate evidenze della luce protratta, immersa nel tempo.
Allora, e si era attorno alla metà degli anni ottanta, quel transito fu per Dugo un fatto se non casuale rapidamente interrotto. Veniva nel momento di una presa di coscienza, della prima descrizione di un mondo che avrebbe di lì a poco trovato uno sbocco di bellezza rarefatta e misteriosa, perfino stordente nei suoi esiti sensibilissimi, con i lacerti dei volti famigliari affiorati e affioranti. Ma proprio in quel 1983 veniva a conclusione un ciclo che è rimasto come pietra fondante nel lavoro di Dugo, quello dedicato a Vincenzo Perugia e al furto della Gioconda. Era appena un po’ più chiaro che quella ghiacciata perfezione della carne poteva trovare la strada di un sentimento privato di partecipazione. Lo sguardo entrava nelle stanze, non aveva timore di farsi vicino a chi in quei luoghi stava, abitava.
Non avrebbe potuto esserci questo nuovo, compiuto e disteso accostarsi a Dürer senza quel passaggio avvenuto, quel primo acquietarsi dello sguardo e del respiro. Senza, ancor di più, quel lunghissimo lessico famigliare che dal finire del decennio ha portato Dugo, attraverso serie che restano memorabili nella storia dell’incisione in Italia, fin dove lo troviamo noi adesso. Nel punto in cui perfino la potenza straziata della storia accondiscende alla meraviglia dell’occhio che vede nella prossimità e non solo nella distanza. È come se il vedere si fosse dunque accorciato, come se la storia fosse entrata, miracolosamente, entro il passo più breve di una quotidianità eletta d’un tratto a misura del giorno. E a quel tempo eletto occorre riferirsi per vedere sotto la più giusta luce questi venti fogli che a Dürer e al suo mondo sono con amore dedicati.
Dugo ha iniziato, e si può immaginare con quanto tremore, da certi grandi temi che restano, con ogni evidenza, irrinunciabili stazioni di quel viaggio affascinante che è la storia intera dell’incisione. Ha iniziato il suo personale peregrinare entro questi confini larghi e pur brevissimi al tempo stesso, come fa il cacciatore prima di individuare la preda. Ha compreso poco per volta il modo di un confronto che poteva sembrare addirittura non proponibile, velleitario. Poi la sua mano ha cominciato a mettere sulla lastra segni. E sono nate così subito alcune tra le acqueforti più monumentali di tutto questo ciclo, a cominciare dall’Autoritratto con il collo di pellicciapieno di turbato mistero, nell’assenza di luogo e tempo. Unicamente buio patinato e cieco, da cui sale la sagoma di un’apparizione funebre, colui che è già trapassato e ancora una volta, l’ultima, appare nelle sue sembianze, prima di essere preso dal tempo.
Eppure, in un altro foglio celebre, Il cavaliere, la morte e il diavolo, vediamo che qualcosa di importante è già mutato e tutto quel buio, tutta quella distanza dal mondo sono diventate luce di un passaggio, traccia sparsa di un giorno che da qualche parte si manifesta. Dugo non ha adesso più paura del confronto e sarà così sino alla fine di questo ciclo bellissimo. Non ha più paura non per stupido o disperato orgoglio, ma per il ben più nobile motivo che Dürer è entrato nel suo spazio e incredibilmente non è lui ad andare verso, ma Dürer a farsi silenziosamente incontro. Detto così potrebbe apparire perfino banale, non rilevante, ma l’inversione del percorso ha determinato anche il modificarsi del suo sentimento delle cose, ne ha costruito la verità, il destino, il suono e il definitivo profumo. E dentro questo mondo, questa giornata non più assoluta ma segnata da avvenimenti successivi, è entrato di prepotenza proprio il tempo, alla cui sostanza Dugo si è da molti anni completamente consacrato. Non può quindi in alcun modo apparire incolmabile questa distanza, se l’incontro è avvenuto sul comune sentire il tempo come un assoluto.
Così, tanti tra questi fogli hanno una loro dimensione appunto sacrale, composta di apparizioni e scomparse, di resistenze e assenze, con quella tipica scansione che nel lavoro di Dugo è fatta di intermittenze di luce e buio, buio e luce. Come se la vita e la sua immagine fantasmatica potessero manifestarsi non nella sovrapposizione ma nello sdoppiamento continuo e pur tuttavia fissato una volta per sempre.
E poi lo spazio, entro cui stanno e galleggiano le figure. Un paesaggio che non è della vita ma un dantesco luogo del nulla, davanti al quale passano, ondeggiando, cavalli e cavalieri, dame e animali solitari. È questa una tra le invenzioni più belle di tutto il suo operare a Dürer consacrato. Proprio questo fissare l’esistenza nel paesaggio inventato dell’Ade, preda di quel forte vento smisurato che scuote i rami degli alberi, lasciati nudi dal tempo e dalla notte trascorsa. Frante luci, luci assolute, quinte sopra cui la luce si posa. E si distende, e si dilata e diventa tutta una chiarità. Posta insieme alla notte che le si fa incontro, ma non la invade, ne rispetta anzi i limiti e la purezza.
In questo modo Dugo sente infine di poter riscrivere Dürer, senza peccati di presunzione, senza timori che non siano quelli di ripetere solo il contorno dell’immagine. Traendone fuori dalla profondità più remota invece il senso, il suo sentimento, quel grido taciuto che è l’esatta rifrazione che quelle figure esposte fanno su di noi. E non è un caso che egli, sul finire di questo cammino, abbia sentito il bisogno di andare a certe figure più fragili, non più monumentali e invece dal tono quasi dell’appunto. Avendole tratte da certi quaderni di Dürer. Appunti esse stesse. Che sono come un colloquio ancora più privato, una pagina che si può sollevare solo quando viene sera e su quella pagina si vuole mettere tutto di noi. Nel momento in cui la complessità sembra cedere, e alle più strutturate immagini si sostituiscono questi segni, sul vuoto di un foglio macerato dal tempo. È proprio allora, dunque mentre il viaggio sta per concludersi, che Dugo sente il bisogno estremo di una finale, altissima chiarità di luce. Dentro cui le foglie del tempo si manifestino come un’apparizione che non svanirà. Non svanirà più. Perché sia infine quella l’unione mai più cancellata della vita e del tempo. Tempo che non sottrae al tempo.