MARIO DE MICHELI
 
L'immagine come identità
 
Qualche anno fa, parlando di Franco Dugo, m'è venuta fuori una definizione che a qualcuno è apparsa decisamente impropria; l’ho definito cioè un "artista sociologico". In quell’occasione mi riferivo in particolare alle sue tredici immagini per il celebre furto della Gioconda. E non c’è dubbio infatti che lo scrupolo impiegato per fissare sul foglio, al limite del dato segnaletico, le fisionomie dei personaggi che avevano partecipato a quella memorabile impresa, giustificasse pienamente tale definizione.
Quei protagonisti, insieme col contorno delle amanti e delle forze dell’ordine, nella precisione dei ritratti e dei fatti narrati, costituivano lo spaccato di un remoto mondo borghese che s’inebriava delle peripezie di Monna Lisa in un’Europa alle soglie della prima guerra mondiale: era un’avventura furfantesca, raffinata, commerciale, ambigua ed erotica, che meritava davvero d’essere indagata con occhio attento, con quello spirito lucido e acuto che costituisce, appunto la dote primaria di Dugo.
Il suo linguaggio nitido, circostanziato, con la preoccupazione di un’esattezza da trasferire implacabilmente sulla lastra, era dunque il più adeguato per una simile operazione. Ma chi ha mai detto che l’esattezza debba essere per forza la negazione della fantasia e dell’emozione?
Ecco quindi dove Dugo, con improvviso rovesciamento, recuperava la sociologia all’area specifica dell’immaginazione poetica. L’intera trama delle sue tredici rappresentazioni si convertiva così nella metafora di una Gioconda simbolo o sogno della bellezza come verità: quella bellezza che ognuno di noi porta dentro di sé, esistenzialmente sepolta nel proprio essere, e che avventurieri, ladri e furfanti, nonché cinici radicali o falsi adoratori banalizzanti, cercano di far sparire dalla circolazione o di ridurre a ignobili surrogati.
Mi domando se questa non è la chiave di lettura dell’intera opera di Franco Dugo. Ripenso alla sua storia e me ne convinco. Le sue Lacerazioni,i suoi Corvi, le sue Identificazioni, la sua Danza di Salomè, ogni suo ciclo insomma, sino agli ultimi fogli delle rievocazioni familiari, non sono che traslati dell’esistenza, il frutto di una riflessione sulle radici che dagli avvenimenti della storia sprofondano nella sostanza antropologica dell’uomo. Io non so sino a che punto questa coscienza dei problemi sia chiara e presente in lui, ma questo è ciò che percepisco guardando le sue immagini.
La sua stessa ossessione di sottrarsi ad ogni approssimazione nel dare forma ai propri racconti, il suo puntiglio accanito di non lasciare nulla nel vago, ma di precisare ogni dettaglio, ogni fisionomia, ogni motivo particolare della realtà, sono il segno della sua volontà e del suo impegno ad approfondire il discorso rifiutando le scorciatoie facili e soprattutto evasive dell’astrazione. Solo attraverso il visibile è possibile giungere all’invisibile: questa vecchia massima di Beckmann è il suo salvacondotto, il suo viatico, Ciò che appare è anche ciò che non appare. L’uomo infatti è un individuum, e cioè “indivisibile”. Non è anima e corpo, materia e spirito: è un’identità. Wittgenstein diceva che il volto è il corpo dell’anima, ma l’identità è totale per quanto riguarda l’uomo, i suoi gesti, le sue scelte, le sue decisioni. Questo è ciò che Dugo intende nel modo con cui affronta i soggetti delle sue indagini figurative. Ecco perché in ogni sua immagine c’è sempre un rimando a un significato più generale, perché, appunto, ogni sua immagine è una metafora.
Guardo i suoi fogli, le sue puntesecche, le acqueforti, le acquetinte, le vernici molli, le maniere nere a colori e no, le sue magistrali alchimie dove le varie tecniche sono usate separate o insieme, e mi sorprendo a pensare che il suo mestiere è superbo. Tuttavia non è ancora questo che conta. Quanti incisori esistono di un’eccezionale perizia che non va al di là delle loro sofisticate qualità tecniche? Non è di questo tipo il mestiere di Dugo. Il suo infatti è un mestiere strettamente espressivo, imprescindibile dai significati delle immagini di cui è comunicazione. In altre parole non è neppure un “veicolo” a cui egli affida i significati mandandoli in giro a rappresentarlo. E’ qualcosa di ben diverso, è materia del suo linguaggio, è lo stile dei suoi significati.
Intento, appassionato, trepido, vibrante e testardo: questo è Franco Dugo, che ai suoi fogli consegna le sue e le nostre inquietudini, ma anche qualche certezza, la sua e la nostra.
 
(Incisioni 1975-1990, Castello di Gorizia, 1990)