DORA BASSI
 
Appunti per un ritratto
 
Percorre lentamente lo stanzone dove lavora, gremito degli oggetti più disparati, attrezzi da lavoro, cornici e telai, colori e barattoli. Ogni ripiano ne è totalmente ricoperto. Ogni tanto si ferma come per raccogliere una manciata di ciò che gli si affolla dentro per offrirmela, già monda e chiara. “Vedi, io sono un avido, la mia curiosità è insaziabile. Vorrei prendere tutto dalla vita”.
La pioggia – mi vien da pensare – cade dal cielo, imbeve la terra e la rende fertile. Scende nelle sue viscere poi risale, sgorga nelle sorgenti, si incanala nei fiumi che scendono al mare, evapora e ricade in pioggia. “Un ciclo vitale è così”? “Pressappoco. Sì, penso si tratti di una cosa del genere”.
Improvvisamente, gli viene in mente qualcosa.
“Prima, in macchina, siamo passati di fianco alla collina del Seminario. Là dentro ci sono stato per quattro anni, dagli undici ai quattordici. Per me era galera. Facevo ammattire i preti, ero indisciplinato, la vita era fuori e scappavo. Come? Mi calavo dai muri e via per i campi. Tornavo dentro verso sera, camminavo lungo gli interminabili corridoi col terrore di incontrare qualcuno”. “Ti capisco, l’istruttore, il prefetto…”. “No, avevo paura d’incontrare Dio e che lui puntasse il dito verso di me, dicendomi ‘Ti ho prescelto, vieni con me’. Senza scampo”.
“Il fruscio delle tonache, i pavimenti lucidi, il suono della campana d’ingresso, i canti gregoriani…”
Mi fa vedere una foto. Ne raccoglie a centinaia, un modo per entrare in altri piani di conoscenza. Era un bel bambino vestito di bianco nel giorno della sua prima Comunione. “Per tanti anni ho cercato mio padre. Veniva dalla Sicilia, era un carabiniere, lo mandarono in Grecia. Venne ucciso in Jugoslavia dai partigiani. A quel tempo ero ancora piccolo. Molti anni dopo sono andato al suo paese a cercare le tracce. Casa per casa domandavo di lui. La gente di laggiù parla poco. ‘Era beddo, beddissimo, alto come una palma’. Non era vero. Tornai a casa, tirai fuori la vecchia divisa e l’indossai. Mi andava stretta, mi era corta, non poteva essere stato alto più di uno e sessantasette, sessantotto…”. Tuttavia qualcosa di sé aveva lasciato, un diario scarno ma puntuale della sua campagna di Grecia.
“Per tutta la mia infanzia e anche dopo ho covato verso di lui una rabbia, un risentimento, per essere andato via così, senza una parola per me, senza un saluto. Mia madre non ne voleva parlare, aveva il suo daffare a tirarci su tutti. Non mi dava retta, voleva soltanto che me ne stessi in collegio lontano dalla famiglia. Quando le dissi che in Seminario non sarei più tornato neanche morto gridò ‘Che vuoi farmi, picio mio, mi vuoi far morire?’ e svenne. Non provavo nessuna compassione, ero certo che fingesse. Se ci fosse stato ancora mio padre… ma non ricordavo neppure il suo viso. Un uomo senza testa, due mani che si allacciano la cinghia dei pantaloni, due gambe che fuoriescono da un paio di mutande a righe e basta”. Sparge sul tavolo una decina di foto sbiadite. “Ho trovato soltanto questo, lui è qui”. Poco più di un centimetro quadro, fattezze incerte, un soffio di fuliggine.
“Ho un sogno ricorrente. Sogno di gettarmi da un ponte e la caduta è senza fine. In alto, sopra di me, vedo oscillare, appesa a una corda, la mia testa mozza, sempre più lontana, sempre più piccola”.
Dispone le foto in bell’ordine con mano leggera, come fossero carte da gioco. “Mani forti, abili e veloci”. Se le guarda compiaciuto. “Te l’ho detto? Ho fatto anche il pugile, picchiavo forte. Ho sempre disegnato. Per me era facile scavare nei volti e fin da principio volevo sapere tutto delle persone. Mi inventavo per loro delle storie. A punta di matita penetravo nei segreti acquattati nelle pieghe della pelle. Un modo per legare a me qualcuno. Perché ridi? Non dirmi anche tu che rassomiglio al diavolo!”.
Mai più. Franco Dugo ha un volto regolare e asciutto dai lineamenti precisi, labbra sottili e ben disegnate, sguardo vivido e penetrante dietro gli occhiali a giorno, una corta barbetta grigia un po’ appuntita, un’espressione mobile che tocca tutte le gamme.
Amorosa, mite, ironica, infuriata, feroce, sarcastica, ma è tutto umano, di diabolico soltanto la curiosità. Chi troppo vuol sapere viene scagliato negli inferi. “A mio padre ho ridato un’esistenza, un volto, un corpo. Gli ho ridato la sua divisa di gala e quella di guerra, la sigaretta tra le dita, gli amici, gli abiti borghesi con la cravatta e la camicia ben stirata. Gli ho rimesso a fianco la sua ragazza, non proprio bellissima, ma giovane e dolce e innamorata. Abbiamo chiuso i conti, ora con lui sono in pace. Decine e decine di disegni, di acqueforti, acquetinte, puntesecche pastelli per lui che mi guarda. Guarda proprio me, Franco, suo figlio”.
I grandi fogli scorrono sotto i miei occhi. Lo studio del pittore si è riempito di gente che si affaccia alla ribalta e ognuno preme per essere guardato e ascoltato. Tra questi c’è Vincenzo Perugina, un fratello per Franco Dugo. Sfido, entrambi sono ladri d’immagini! Mi racconta, al presente, la vera storia contaminata con l’invenzione. Questo piccolo artigiano che, da artista qual è, lui ritrae a memoria, ruba la Gioconda. Lo fa su commissione e per denaro. Esce dal museo indisturbato, corre a casa e la nasconde sotto il letto in attesa che il mandante se la venga a prendere, ma nessuno si fa vivo.
Giorni d’ansia, di terrore d’essere scoperto, ma anche giorni di esaltazione. Alfine il mito, la dea ritorna a casa.
A Firenze ed è lui stesso a riportarcela, avvolta in carta da giornale. Verrà rimandata al Louvre e Perugina passerà i suoi guai, ma non importa, per un tempo indefinito lei è stata sua. E’ stata la sua amante, un po’ moglie e un po’ puttana. Un sogno travolto dall’incalzare degli eventi, una vertigine d’amore che ogni maschio vorrebbe provare nella vita. Lei era tutto. Melusine, Lilit, l’Ermafrodito, Meret, la piccola strega dei boschi che danza e danza fino a morirne e i bambini la circondano ed accarezzano il suo corpo. I bambini. Me ne vedo molti tra questa folla. Franco, qualcuno ti ha rubato l’allegria dell’infanzia.
In Seminario, a tarda sera, le sagome nere giravano nelle camerate. “Fuori le braccia dalle coperte, mani incrociate sul petto”. “Sensi di colpa? Ne ho avuti tanti, ne ho tuttora. Ad essere come sono faccio di certo male a qualcuno, anche a persone che amo. Questo mi addolora, ma non posso fare diversamente”.
Sta ritto davanti a me, un fisico da sportivo, pullover e jeans. Sopra di lui, appesa alla parete, sta una grande puntasecca dal titolo classico: “L’atelier”. Sul candore del foglio, a sinistra, sta l’immagine del misterioso pittore di Vermeer, quello del Museo di Vienna.
E’ visto di schiena e guarda nel vuoto. Sul cavalletto la tela è ancora intatta. Al centro una figura ambigua, l’androgino dal volto e i seni di donna esibisce per sfida un corpo di maschio.
In primo piano a destra il corpo abbandonato di una donna. E’ l’ultima modella, mortificata e sconfitta.
Dietro di lei, in penombra, lo sguardo perforante di Freud e l’arcinoto volto di lei, la Gioconda, simbolo mistificatore e mistificato di un femminile irraggiungibile.
E c’è anche lui, l’artista, decisamente estraneo alla scena. Ciò che avvenne alle sue spalle non lo riguarda più. I suoi occhi sono rivolti a qualcosa che gli appare fuori dai limiti del quadro.
“Saliamo di sopra?”
Al primo piano c’è qualcosa di diverso che non saprei definire, lo capirò dopo. Ci sono grandi disegni e pitture.
Appoggiati alle pareti, tutti spalle al muro, tutti a rapporto per il giudizio finale, presenti e assenti, vivi e morti: Cezanne, Gruccione, Silvia, Pauletto e, un po’ in disparte, i bianchi e neri: D’Annunzio, Rembrandt, Pisolini, Rossigni, gli anonimi boxeurs dalla grinta ottusa, Joyce, Rilke, Ricasso e i cipressi, creature umane con i fasci muscolari tesi e rilevati come li vedi sul collo di certi vecchi contadini.
Negli ultimi quadri c’è qualcosa… Ecco, il soggetto non c’entra. E’ come se Franco si fosse allontanato abbandonando la preda.
Il segno si è allentato, la pervicace insistenza di penetrazione si sta attenuando vinta da una luce placata, morbida, continua che avvolge ogni cosa. Viene dall’alto e si diffonde ovunque. E’ il riverbero degli ultimi cieli dipinti. Sono i cieli dei paesaggi appesi alle pareti, ampi, sonanti, squarciati da bagliori. Oddio, Franco, sei stato contagiato dall’ossessione della luce, com’è stato per Piero, per Giambellino, per Correggio, per Tiepolo. E poi Turner, Monet, Rotkho.
Una malattia, non ne verrai più fuori. Quando un artista apre quella porta non torna più indietro, ma questo non glielo dico, le porte per lui non esistono.
 
(12 gennaio 1998)